DONNE FUORIdiSTRADA
Associazione sportiva dilettantistica
Chi siamo Contatti Area soci Iscriviti  Fotogallery  
Cerca
Mercatino
Attivitą donne FdS
Corsi stage
Viaggi
Calendario Eventi
Rassegna eventi
Racconti off
Quella volta che ...
Viaggi donne FdS
Esperienze di viaggio
Rassegna stampa
Info & Utilities
Moto tecnica e attrezzatura
Normative e d'intorni
Offerte e convenzioni
Team
Il Team
Sponsor
Vuoi essere una di noi
Links
Iscriviti alla newsletter
Home » Racconti off » Viaggi donne FdS
Desert Women Tour - Tunisia 2005  Deserto al femminile
testo di Enrica Perego

                
Eccoci all’aereoporto: belle come il sole, con le nostre magliette nuove, con i caschi brillanti nella valigia,  cariche come molle. Finalmente il sogno  si avvera:  si parte con destinazione Tunisia per il Grand Erg Orientale. Ci aspetta un enorme mare di sabbia, un viaggio di 1.200 chilometri da coprire in meno di 6 giorni. Si dorme in bivacco, di giorno fa caldo e di notte fa freddo, alla mattina sveglia alle sette, il tempo è contato, la vita è dura.
Lisa, Paola, Deborah, Simona, Grazia con il quad ed io che ho lasciato la mia moto in Libia la scorsa settimana. Manca Rosanna che non è potuta partire con noi. Si aggregano alcuni motociclisti: resteranno di giaccio, nonostante il caldo.
 
Bene! adesso si parte veramente, in aereo fino a Djerba e subito transfer in bus per Douz, la nostra porta di ingresso per il deserto. Una mezza giornata buttata via tra check-in e passaggi attraverso i metal detector e poi ancora 4 ore di bus, non proprio da gran turismo (ma siamo già in africa). La cena tipica alla “Compagnie des sables”, locale per altro gestito dall’italianissimo Alverio, è fin troppo turistica per gente come noi, la stanchezza si fa padrona della situazione. Buonanotte: il vero viaggio comincia domani.

Douz-Ksar Ghliane per la principale, 110 chilometri di pista che dopo i primi 20 diventa è un calvario di pietre e sabbia, al Cafee du desert le ragazze sono ancora tese. Si preoccupano, e forse, anche se da un lato mi fa sentire orgogliosa, manca la loro guida spirituale che non è in moto davanti a loro ma sul camion 4X4 in coda alla colonna: terribile!. Si interrogano sul loro prossimo futuro.  
Sono tutte ragazze che hanno partecipato ai miei corsi di enduro;  per convincerle ad affrontare un ostacolo ho sempre sminuito la situazione,
“No, è vicino” non è vero!
“E’ facilissimo” menzogna spudorata!
“siamo quasi arrivate, e qui dietro!” roba da galera!.
Mi guardano insospettite, io sono tranquillissima, loro forse non se ne sono accorte ma in due anni di strada ne hanno fatta. Rispetto al viaggio dell’anno precedente, la Tunisia in versione school,  sono veramente migliorate, si vede che hanno in mano la situazione. Fisicamente, se sai stare sulla moto fai molta meno fatica. Ce la faranno….
L’oasi di Ksar Ghilane è sempre una piacevole sosta, un breve tuffo nella sorgente di acqua naturale, poi si riparte, i tempi sono serrati così decidiamo di scendere verso sud per guadagnare terreno. Faremo il campo solo una ventina di chilometri di pista più in giù.
Alla fine del primo giorno le tensione si allenta, le ragazze mi scrutano interrogandosi su come saranno le prossime tappe, cercano di farsi svelare la verità.
Dove sono finite le sabbie mobili, i terribili vasconi di fes-fes, i coccodrilli e i lupi mannari che le avevano fatte sputare sangue l’anno prima alla school? Ma siamo nello stesso posto o è un sogno!
Il briefing chiarisce tutto, domani tappa di trasferimento: 250 chilometri, solo nei primi 50 qualche dunetta, per il resto tutta noiosissima PIPE-LINE fino ai pozzi petroliferi di El Borma. Due posti di polizia e via di corsa verso la pista di ingresso del Grande Erg  dove ci aspetta un incredibile “cubo” di cemento pieno di acqua calda.
Dal camion non vedo nulla. Non riseco a condividere nessun momento della giornata a parte le soste per la benzina e il pranzo. Al posto di polizia di El borma mi fermo con l’autista tunisino del pickup  di appoggio e con un ragazzo del gruppo. Una delle moto ha tirato le cuoia, cerchiamo di ripararla e mandiamo avanti il gruppo. Niente da fare la moto ha grippato, si lascia lì e si riprende al ritorno. Partiamo tutti e tre all’imbrunire, noi restiamo in panne con il pickup a metà strada, lui sbaglia il bivio e va a finire al posto di polizia, lo recupereremo soltanto a mezza notte! Noi arriviamo poco prima. Nelle lunghe soste forzate per raffreddare l’acqua del radiatore ho imparato almeno una dozzina di nuove parole in arabo. Amoud, l’autista tunisino, capisce solo la parola “spaghetti” ma quando arriviamo al campo sono freddi e un esercito di farfalle notturne  sono appiccicate con le ali nel sugo rappreso. Non mi resta che immergermi nel cubo e guardare le stelle. Delle mie coraggiose leonesse non ho notizia, tutti sono in agitazione e il campo si quieta solo quando anche il “fuggitivo” (così è stato soprannominato il ragazzo che si è perso un bivio ed è finito al posto di polizia) è stato recuperato.
Domani sera saremo al fatidico “giro di boa” 180 chilometri in linea d’aria di Grand Erg, sono almeno 200 di strada effettiva. La pista è quasi scomparsa, restano solo poche balise fino al pozzo petrolifero e posto di polizia, poi si scende da nord a sud navigando a “cap”.
Alla mattina le “donne fuoridistrada” sono veramente cariche: perfetto è quello che ci vuole. Appena imboccati i primi veri cordoni di dune, la dove diventa più soffice la sabbia cominciano i casini, chi prima chi dopo, tutti si insabbiano e come per magia salta fuori una moto. Non ci credo, in meno di un nano secondo ho già su gli stivali e il casco, le ginocchiere non le trovo, la pettorina nemmeno ce l’ho ma chissenefrega! Sono in prima linea con le ragazze. Sono felice e per i primi 5 minuti disattendo ogni buona regola, si insomma come si dice in gergo tra i piloti “Chiudo il cervello e apro il gas”. In fondo me lo posso permettere, solo in questa stagione ho marcato circa 12.000 chilometri di deserto….  

Le ragazze subito non si accorgono della mia presenza, anche io fatico a riconoscerle nel gruppo con i ragazzi. La Paola e la Deborah procedono vicine, sono vestite uguali, la Simona mi pare in coppia con Lisa e la Grazia è sul camion, il suo quad si è rotto a ksar Ghilane. Le raggruppo, sono loro 4 e due ragazzi, il boy friend della Ezia (che è rimasta a casa) e il Fuggitivo che forse è in cerca di una fidanzata motociclista. Faccio segno, la mia divisa è inconfondibile e loro l’avranno vista decine di volte. Da una moto all’altra ci si parla a gesti, siamo distanti alcune centinaia di metri e io parlo da sola dentro il casco, “venite dietro di me”. Faccio un cerchio e torno sulle mie tracce, Mi vedono e capiscono il segnale. Caspita! si sale in paradiso. Paola con passo deciso ed una guida che fa invidia a tanti ragazzi, Deborah che è lì …. Simona e Lisa più caute seguono  e chiudendo la coda.
Lascio la direzione principale e “viro” letteralmente verso destra, cerco l’ingresso per salire sulla duna che corre in fianco, mi seguono. Trovo un buon passaggio e salgo su un terrazzo di sabbia compatta largo una 50 di metri: da lì  ci infiliamo nel corridoio più in alto che sale verso la punta della duna, saranno 200 metri ma da lassù sembrano 1.000. Mi immagino la sensazione delle ragazze là dietro, chissà se proveranno lo stesso stupore che provai io la prima volta che scalai una duna altissima come questa! Un cocktail di emozioni, misto a paura, sorpresa  e incredulità. Ma la paura non vince, parto all’attacco della vetta, passo dalla parte dove la duna è solida, in cima schiaccio con forza il freno posteriore e mi affosso a cavallo della duna: perfetto. Una alla volta vedo anche le altre. Adesso però si scende,  io lo trovo divertentissimo ma so che fa un po’ paura, la discesa e molto ripida e lunga. La sabbia e morbidissima e l’avantreno sprofonda, è necessario accelerare. La manovra è facile, fatta una volta fatte cento… scendo a mo di scuola per dare l’esempio, aspetto al fondo del baratro di sabbia, ci vuole un poco di tempo …. Poi una alla volta scendono anche le altre. Hanno gli occhi sgranati e le pupille sembrano teste di spilli: sono veramente esaltate.
Restiamo in cresta fino a quando non vediamo arrivare i mezzi dell’assistenza che procedono lentamente ansimando in cerca dei passaggi.
Io in testa e dietro le altre moto, scivoliamo tra i cordoni, è come volare.
Mi guado indietro, di noi resta una scia di tracce fra le dune, la carovana procede allargandosi nelle valli e restringendosi nei passaggi fa le dune, il paesaggio è veramente unico anche per me che non è la prima volta che lo vedo.
Arriva pranzo, lascio la moto al suo legittimo proprietario, torno in Jeep.  Adesso che le ragazze sono battezzate, anche io mi posso rilassare. Loro se ne vanno a spasso sulle dune come se fosse la cosa più naturale del mondo.  Anche in auto è divertente, chilometro dopo chilometro scendiamo da nord a sud verso Borgi El Kadra. Il ritardo ci insegue per tutto il viaggio, si guida fino al tramonto e si fa campo a 17 chilometri da Kadra Il villaggio ci aspetta domani mattina.
Cena e festa intorno al fuoco che questa sera sarà abbondante, il deserto ci ha regalato un bel po’ di legna secca. Le ragazze sono in fervore, il terzo giorno di viaggio è sempre il più terribile ma anche oggi nessuna defaillances, nonostante siano arrivate anche le prime “galle” (come le chiama la Toscanissima Lisa) sulle mani.

Per dovere di cronaca, abbiamo già abbandonato due moto a Ksar Ghilane e due a El Borma per rotture varie.

Borgj El Kadra è una meta ambita, è lontano, è scomodo, non c’è nulla da vedere. Borgj El Kadra non è nulla, non è nemmeno un posto di frontiera, le tre linee che segnano il confine tra Libia Tunisia e Algeria non sono altro che una sequenza di crocette su una cartina. In estate è infestata  dalle zanzare in inverno tormentata da raffiche di vento gelido.  Eppure tutti i viaggiatori trepidano e sudano nelle loro camice color cakki nel tentativo di raggiungerla, sia attraversando da nord a sud tutta la Tunisia, percorrendo più di 300 chilometri di Pipe Line sia sfidando i 200 chilometri in linea d’aria di dune che la separano da El Borma.  Bisogna proprio essere fortunati per trovarci qualche cosa di bello da vedere eppure chi ha imparato a conoscere il Sahel sa che Borgi è un posto magico. Era così incantevole anche ai tempi dell’età della pietra per quella comunità di uomini cacciatori che, non conoscendo ancora l’arte di forgiare il ferro, se ne stavano al sicuro sulle alture a scolpire frecce e punte di lancia spaccando blocchi di selce scura e  spargendo ovunque le loro opere mal riuscite.

Scavalcare l’ultima grandissima duna e trovare davanti a se l’immensa Hammada Libica è un’emozione che si rinnova ogni volta che ci arrivo.  Ho anche una moto da cavalcare questa mattina. Kadra la sento da lontano dal profumo, la strada la immagino. Alla mattina è facile leggere il sole e seguire la direzione. Parto a manetta ma nessuno mi segue, arrivo a Borgi El Kadra per prima con 15 minuti di vantaggio sugli altri.

A Borgi, a parte la minuscola caserma militare sgangherata, c’è soltanto Dahoou. Un microscopico Caffè. Il sig, Dahoou ti accoglie di persona sorridendo senza denti con indosso la stessa maglia piena di buchi e macchie di sugo.  I suoi 12 figli sono tutti uguali, l’anno scorso erano solo 11, il prossimo saranno in 13.  Così è la vita in un villaggio di 200 anime malcontate tormentate ogni giorno dal sole e dal vento.
Da Dahoou c’è del buon tè alla menta e della cocacola fesca, è un festeggiare chissà cosa. Per me è ritornare in un posto dove mi sento bene, è un intenso momento di sosta prima di ripartire per il deserto.  

Infatti appena i militari ci restituiscono i passaporti ripartiamo. Abbiamo compiuto il fatidico giro di boa, adesso si inverte direzione di 180 gradi, Si punta la bussola a Nord, quasi sugli stessi passi, ma per il rientro ci vorrà la metà del tempo dell’andata. Le dune offrono ottimi passaggi e i mezzi 4X4 possono procedere senza il cruccio di farsi largo tra i cordoni.
A pranzo del 4 giorno, consumiamo una piccola tragedia, finita bene per fortuna. Giorgio, con il quod si capotta in avanti, si frattura alcune costole e una spalla, ma respira appena e nessuno si sente di escludere qualche cosa di più grave ….. l’elicottero di soccorso arriva dopo 6 ore. Giorgio se ne va con lui all’ospedale militare di Gabes. Adesso sta benone.
Io vado a letto sconvolta dall’accaduto, la responsabilità di queste persone è anche mia in veste di organizzatore, tutto alla fine è andato come doveva andare, tutto bene, ma se fosse successo qualche cosa alle mie ragazze …… ci ho pensato tutta la notte a alla mattina ho fatto anche una bella ramanzina alle poverette, mi sono raccomandata con loro proprio come una mamma! Ora la cosa mi fa anche sorridere.

Avendo una mezza giornata da recuperare non si può far altro che guidare, guidare, guidare…. Si torna nei pressi del cubo, poi diretti sulla pista per El Borma, poi Polizia e recupero prime moto, poi veloci e tristi sulla PIPE-LINE fino a Kamour. Montiamo il bivacco a pochi metri dalla strada. C’è fuoco e anche festa, come sempre ….. vero Paola!

L’ultimo giorno, una volta finito il bello, trovare un volontario che mi lascia la moto è facile, parto in quad, poi Paola che non ha ancora smaltito la sua sbornia colossale mi lascia la sua XR. La pista per ritornare a Douz da Ksar Ghilane scivola sotto alle ruote veloce, pochissime soste, qualcuno aspetta il camion per fare benzina, la pista è perfettamente segnata così si rientra ognuno per conto proprio, non accade nulla di interessante solo un incredibile tempesta di sabbia negli ultimi 20 chilometri.

Il resto è routine, 4 ore di bus, non proprio di gran turismo, cena fredda in hotel, una doccia da 40/50 minuti e a letto, sono le due, il mio volo è alle 7 di mattina, bene ho ancora 3 ore di sonno!

Tornare alla vita normale è un trauma, sempre, ma io sono abituata, faccio questo lavoro da 8 anni, soffro meno anche se mi ci vuole qualche giorno prima di accendere il telefono cellulare.  

Seduta sul divano di casa, cerco di rimettere in ordine i pensieri.
Vi ho viste galleggiare leggere sulle dune, portavate con voi i colori.
Le vostre figure si muovevano docili sopra la sabbia smossa dal vento, trapelava il vostro orgoglio di donne.  Magnifiche regine del deserto,  incredibilmente belle, così:  senza nessuna indecisione. Consapevoli della vostra vittoria e per questo tanto coraggiose, vi ho visto giocare e fare vostro tutto quello che era intorno.
Imparare e capire cosa c’è dietro a tutto questo è in lungo cammino ma voi siete sulla giusta strada.  Sono orgogliosa di voi ….. e di me!

di Enrica Perego

info@donnefuoridistrada.it info@donnefuoridistrada.it copyright©2005 Donne FuoridiStrada